Interventi e Programmi

Intervento nel dibattito IPA sulle variazioni del modello Eitingon

 

Come Full-member della Società Psicoanalitica Italiana, e Analista di Training da 17 anni, mi sono sempre interessato alle questioni del training e della trasmissione della psicoanalisi, spesso con un’impressione di dejà vu: discussioni che da 70 anni riguardano le mille sfumature degli stessi argomenti, con la stessa cavillosità della più raffinata “scolastica”.  Segno evidente della difficoltà ad affrontare il cambiamento dei tempi.

Per esigenze di spazio devo limitare il mio intervento ad un solo punto: la necessità fondamentale di aggiornare il modello Eitingon, consentendo alle Società di psicoanalisi con questo modello di accettare, per il training, analisi personali, fatte con gli analisti che le diverse Società ritengono idonei a questo compito, di almeno tre sedute settimanali, lasciando alla coppia analitica di stabilirne il numero secondo le esigenze del processo analitico. Consentendo, allo stesso modo, ai candidati di effettuare analisi in supervisione con la frequenza di almeno tre sedute settimanali.

Per sostenere le ragioni di questa richiesta devo fare alcune premesse.

-Freud nei primi decenni del novecento faceva analisi a 6, e in seguito a 5, sedute la settimana non per un ineludibile problema tecnico ma perché questo metodo era il migliore per analizzare pazienti/allievi che per la maggior parte venivano da città lontane da Vienna ed erano disposti a soggiornare a Vienna mediamente per 8/12 mesi all’unico scopo di essere analizzati da Freud. Cioè l’alta intensità delle sedute era giustificata dalla brevità delle analisi.

-Quando Eitingon, che aveva fatto un’analisi con Freud di 5 settimane (più o meno la durata dell’analisi di Ferenczi) diede vita al Berlin System of Psychoanalytical Training, si ispirò evidentemente al metodo e alle consuetudini di Freud.

-Tuttavia lo stesso Freud nel 1913, in “Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi”, sostiene che nei casi non gravi bastano 3 sedute la settimana.

Insomma: il modello Eitingon, come tutti i modelli di training, è storicamente determinato e non si può scientificamente sostenere che solo adottando pienamente tutti i suoi criteri originari è possibile offrire un valido modello di training.

Inoltre, riguardo la validità terapeutico-formativa delle analisi a 3 sedute, si deve considerare che:

-Sia il modello francese che quello uruguaiano consentono analisi a 3 sedute settimanali.

-Per molti anni diverse Società Psicoanalitiche hanno formato analisti  con questo ritmo prima che l’IPA, dopo la seconda guerra mondiale, decidesse con fermezza di imporre che si uniformassero gli standard.

-Attualmente la quasi totalità degli analisti, se si escludono le analisi di training dei candidati, conduce con successo analisi a 3 sedute senza avvertire alcuna significativa differenza rispetto a quelle a 4 o 5.

-L’Italian Psychoanalitical Society ha concesso per 10 anni, in via sperimentale, che i candidati portassero in supervisione un’analisi a 3 sedute. All’esame di qualifica nessuno degli esaminatori ha mai notato significative differenze rispetto alle analisi in supervisione a 4 sedute.

-Attualmente, in una società profondamente cambiata rispetto al secolo scorso, in cui vi è una grande mobilità nello stile di vita, in cui molti candidati non hanno grandi possibilità economiche, fare per 6/10 anni 4/5 sedute settimanali, oltre alle sedute di supervisione, per molti non è sostenibile.

Con le seguenti conseguenze:

-Molti brillanti aspiranti al training psicoanalitico vi rinunciano.

-Tra coloro che lo intraprendono, una parte non piccola comprende persone con un’attitudine conformistico/dipendente, a scapito della creatività e dell’autonomia.

-Questo training viene spesso intrapreso da professionisti in grado di permetterselo economicamente solo dopo molti anni di lavoro. Il risultato è un progressivo “ageing” dei nuovi analisti: l’età media di qualifica nella SPI è intorno ai 47/48 anni, quella degli AFT è intorno e oltre i 60.

-La difficoltà a rispettare gli standard porta a notevoli rischi di pervertimento del setting e della relazione analitica:

-analisi che diventano a 4 sedute dopo anni di progressivo avvicinamento, partendo da psicoterapie a 1 o 2 sedute settimanali.

-Tariffe “stracciate” (anche 10/20 euro) per consentire ai pazienti di sostenere il costo delle 4 sedute, con conseguenti ripercussioni contro-transferali e rischio che queste analisi si concludano bruscamente dopo i due anni necessari per il training.

-Candidati che, esasperati, dopo anni dichiarano di fare analisi a 4 sedute ingannando il supervisore e la Società.

-Analisti di training che certificano un’intensità di sedute superiore a quello realmente effettuato. Ecc. ecc. ecc.

Riguardo poi l’argomento che i 3 modelli riconosciuti dall’IPA vanno accettati nella loro completezza in quanto essi presentano una (presunta) coerenza interna:

-basta leggere in dettaglio la descrizione delle loro caratteristiche per vedere come in realtà queste descrizioni si adattano solo a un modello astrattamente teorico, in cui le differenze sono spesso accentuazioni arbitrarie di alcuni aspetti dell’analisi che sarebbero validi per qualunque analisi, in qualunque modello.

Inoltre, se consideriamo importanti variabili che non sono prese in considerazione (la personalità e lo stile personale dell’analista, la particolarità della patologia del paziente, le influenze dell’indirizzo teorico dell’analista nell’epoca delle “molte psicoanalisi” ecc. ecc.), la presunta coerenza interna si dissolve e rimangono un insieme di giustificazioni teoriche che sembrano più razionalizzazioni dettate dallo wishfull thinking che da una descrizione realistica delle cose.

In conclusione, se consideriamo che:

-I modelli di training sono storicamente/geograficamente determinati.

-Non si può stabilire la superiorità dell’uno sull’altro.

-La questione della coerenza interna dei modelli è più un mito che una realtà.

I modelli Francese e Uruguaiano sono nettamente avvantaggiati per la possibilità di consentire analisi a 3 sedute settimanali.

E se consideriamo che:

-La nostra società in un secolo è profondamente cambiata,

-L’attuale modello Eitingon, se non “alleggerito”, contribuisce alla crisi della psicoanalisi, al progressivo ageing delle Società che lo adottano, al rischio di pervertimento di certi aspetti del training,

-L’IPA ha stabilito i 3 modelli più per opportunità politico-istituzionale che per ragioni scientifiche,

Ritengo che sia cosa saggia e necessaria modificare gli standard relativi alla frequenza delle sedute, consentendo che i candidati, come pazienti e come analisti, facciano analisi a 3 sedute settimanali.

Infine dobbiamo riconoscere che già oggi, nonostante i 3 modelli riconosciuti, vi è una crescente varietà nella loro applicazione (ad esempio, per quanto riguarda il modello Eitingon, nella SPI sono consentite a un candidato due supervisioni con pazienti dello stesso genere, le analisi di training possono essere fatte anche da full-members che non hanno funzioni di training) per cui l’unico possibile, realistico, common ground nella formazione degli analisti è quello rappresentato dal modello tripartito consistente in una profonda analisi personale con analisti IPA qualificati, corsi teorici e supervisioni con gli attuali standard, nel rispetto delle specificità storico-teoriche delle diverse società componenti, al di fuori delle schematiche distinzioni dei 3 modelli attuali. Parlo di quel common ground che consente agli analisti di diversi paesi, nelle occasioni di confronto internazionali, di discutere proficuamente di clinica psicoanalitica.

 

 

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Training Analyst  of the Italian Psychoanalytical Society

 

As Full-member of the Italian Psychoanalytical Society, and Training Analyst for 17 years, I have always been interested in issues on training and psychoanalysis transmission, often with an impression of dejà vu: discussions that have regarded the thousand hues of the same topics, with the same captiousness of the most refined “scholasticism” for 70 years. It is an evident sign of the difficulties of facing the change of times.

Due to space reasons I shall limit my speech to one single point: the fundamental need to update the Eitington model allowing Psychoanalytic Societies which follow this model to accept personal /training  analysis for of at least three sessions a week. The sessions frequency of the analysis, carried out with analysts that the different Societies consider suitable for the task, should be agreed on by the analytic couple, according to the needs of the analytic process. In the same way, candidates would be allowed to carry out supervised analyses at the frequency of at least three sessions a week.

In order to endorse the reasons of this request I have to make a few preliminary remarks.

-In the first decades of the 19th century, Freud carried out analyses in 6, and eventually 5, sessions a week not because of an ineludible technical problem, but because this method was the best to analyze patients/followers, mostly coming from cities far from Vienna,  willing to stay  in Vienna for an average of 8/12 months with the only purpose of being analyzed by Freud. In other words, the high session intensity was justified by the short length of the analyses.

-When Eitingon, who had carried out a five-week analysis with Freud (more or less the same length of Ferenczi’s analysis), set up the Berlin System of Psychoanalytical Training, he was evidently inspired by Freud’s method and custom.

-Yet, in 1913, in “New advice on psychoanalytic technique”, Freud himself maintains that in not serious cases 3 weekly sessions are sufficient.

In conclusion: the Eitingon model, as all training models, is historically determined, and it cannot be scientifically claimed that it is possible to offer a valuable training model only by fully adopting all its original criteria.

Moreover, regarding the value of a personal/training three-session analyses we should remark that:

-Both the French and the Uruguayan models allow three weekly session analyses.

-For many years several Psychoanalytic Societies have trained analysts at this frequency, before IPA, after the Second World War, firmly decided to impose standard uniformity.

-Currently nearly all analysts (excluding candidates training analyses) carry out three-session analyses successfully, without finding any real difference compared to those at 4 or 5 sessions a week.

-The Italian Psychoanalytic Society allowed for ten years, in experimental way, that candidates brought in supervision a 3 session analysis. At the qualification examination no examiner ever remarked meaningful differences compared to the 4 sessions analyses.

-At present, in a deeply changed society compared to last century’s, in which there is great mobility in lifestyle, in which many candidates do not have the financial resources, having 4/5 weekly sessions for 6/10 years, in addition to supervision sessions, is no longer affordable to many.

With the following consequences:

-Many brilliant potential candidates for psychoanalytic training renounce to it.

-Among those who undertake it, not a little part includes people with a conformist/dependent attitude, to the detriment of creativity and autonomy.

-This training is often undertaken by professionals who can afford it only after several years of working. The result is the gradual ageing of new analysts: the average age of qualification in Italian Psychoanalytical Society is about 47/48 years, the one of Training Analyst is around and beyond 60.

-The difficulty in respecting today’s standard leads to remarkable risks of corrupting the setting and the analytic relationship:

-analyses that turn into 4 sessions a week after years of gradual approach, starting from psychotherapies in 1 or 2 weekly sessions.

-“Budget price” sessions (even 10/20 euro) in order to let the patients meet the costs of the sessions, with counter-transferential consequences and risk that these analyses end abruptly after the two years needed for the training.

-Candidates that, exasperated, declare years later that they are having 4 session analyses, deceiving their supervisor and the Society.

-Training analysts who certify a higher session frequency than what they actually carried out, etc.

Concerning the question that the three models recognized by IPA are to be accepted as a whole as they present (alleged) internal coherence:

-it is sufficient to read thoroughly the description of their features to see how these descriptions are actually suited only to an abstract theoretical model, where the differences often arbitrarily emphasize some aspects of analysis which would be valid for any analysis, in any model.

Moreover, if we consider important variables which usually are not taken into account (the analyst’s personality and personal style, the specificity of the patient’s pathology, the influences of the analyst’s theoretical background in the age of “many psychoanalysis” etc. etc.) the alleged internal coherence dissolves and what is left is a series of theoretical justifications which look more like rationalizations deriving from wishful thinking rather than from a realistic description of things.

In conclusion, if we consider that :

-training models are historically/geographically determined.

-We cannot establish the superiority of one over the others.

-The question of the model’s internal coherence is a myth rather than reality.

The French and Uruguayan models are definitely favoured as they allow three weekly session analyses.

And if we consider that:

-Our society has profoundly changed in the course of a century

-The current Eitington model, if not “mitigated”, contributes to the crisis of psychoanalysis, to the gradual ageing of the Societies which adopt it, to the risk of corrupting some aspects of the training

-IPA established the three models more out of political/institutional convenience than for scientific reasons

I claim that it would be wise and necessary to modify the standards concerning the frequency of sessions, allowing the candidates, as patients and as analysts, to do three weekly session analyses.

Lastly, we have to acknowledge that already today, despite the three recognized models, there is a growing variety in their application (for example, regarding the Eitingon model, in the Italian Psychoanalytical Society a candidate is allowed two supervisions with patients of the same gender; training analyses can be carried out also by full-members, without Training Functions  ), so that the only possible, realistic common ground about the training model is the one represented by the tripartite model, consisting in a deep personal analysis with qualified IPA analysts, theoretical courses and supervisions with the current standards, respecting the socio-theoretical specificities of the different component societies. I am talking about that common ground that allows analysts of different countries, on the occasion of international confrontation, of discussing fruitfully about clinical psychoanalysis.

 

 

 


 

Come Full-member della Società Psicoanalitica Italiana, e Analista di Training da 17 anni, mi sono sempre interessato alle questioni del training e della trasmissione della psicoanalisi, spesso con un’impressione di dejà vu: discussioni che da 70 anni riguardano le mille sfumature degli stessi argomenti, con la stessa cavillosità della più raffinata “scolastica”.  Segno evidente della difficoltà ad affrontare il cambiamento dei tempi.

Per esigenze di spazio devo limitare il mio intervento ad un solo punto: la necessità fondamentale di aggiornare il modello Eitingon, consentendo alle Società di psicoanalisi con questo modello di accettare, per il training, analisi personali, fatte con gli analisti che le diverse Società ritengono idonei a questo compito, di almeno tre sedute settimanali, lasciando alla coppia analitica di stabilirne il numero secondo le esigenze del processo analitico. Consentendo, allo stesso modo, ai candidati di effettuare analisi in supervisione con la frequenza di almeno tre sedute settimanali.

Per sostenere le ragioni di questa richiesta devo fare alcune premesse.

-Freud nei primi decenni del novecento faceva analisi a 6, e in seguito a 5, sedute la settimana non per un ineludibile problema tecnico ma perché questo metodo era il migliore per analizzare pazienti/allievi che per la maggior parte venivano da città lontane da Vienna ed erano disposti a soggiornare a Vienna mediamente per 8/12 mesi all’unico scopo di essere analizzati da Freud. Cioè l’alta intensità delle sedute era giustificata dalla brevità delle analisi.

-Quando Eitingon, che aveva fatto un’analisi con Freud di 5 settimane (più o meno la durata dell’analisi di Ferenczi) diede vita al Berlin System of Psychoanalytical Training, si ispirò evidentemente al metodo e alle consuetudini di Freud.

-Tuttavia lo stesso Freud nel 1913, in “Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi”, sostiene che nei casi non gravi bastano 3 sedute la settimana.

Insomma: il modello Eitingon, come tutti i modelli di training, è storicamente determinato e non si può scientificamente sostenere che solo adottando pienamente tutti i suoi criteri originari è possibile offrire un valido modello di training.

Inoltre, riguardo la validità terapeutico-formativa delle analisi a 3 sedute, si deve considerare che:

-Sia il modello francese che quello uruguaiano consentono analisi a 3 sedute settimanali.

-Per molti anni diverse Società Psicoanalitiche hanno formato analisti  con questo ritmo prima che l’IPA, dopo la seconda guerra mondiale, decidesse con fermezza di imporre che si uniformassero gli standard.

-Attualmente la quasi totalità degli analisti, se si escludono le analisi di training dei candidati, conduce con successo analisi a 3 sedute senza avvertire alcuna significativa differenza rispetto a quelle a 4 o 5.

-L’Italian Psychoanalitical Society ha concesso per 10 anni, in via sperimentale, che i candidati portassero in supervisione un’analisi a 3 sedute. All’esame di qualifica nessuno degli esaminatori ha mai notato significative differenze rispetto alle analisi in supervisione a 4 sedute.

-Attualmente, in una società profondamente cambiata rispetto al secolo scorso, in cui vi è una grande mobilità nello stile di vita, in cui molti candidati non hanno grandi possibilità economiche, fare per 6/10 anni 4/5 sedute settimanali, oltre alle sedute di supervisione, per molti non è sostenibile.

Con le seguenti conseguenze:

-Molti brillanti aspiranti al training psicoanalitico vi rinunciano.

-Tra coloro che lo intraprendono, una parte non piccola comprende persone con un’attitudine conformistico/dipendente, a scapito della creatività e dell’autonomia.

-Questo training viene spesso intrapreso da professionisti in grado di permetterselo economicamente solo dopo molti anni di lavoro. Il risultato è un progressivo “ageing” dei nuovi analisti: l’età media di qualifica nella SPI è intorno ai 47/48 anni, quella degli AFT è intorno e oltre i 60.

-La difficoltà a rispettare gli standard porta a notevoli rischi di pervertimento del setting e della relazione analitica:

-analisi che diventano a 4 sedute dopo anni di progressivo avvicinamento, partendo da psicoterapie a 1 o 2 sedute settimanali.

-Tariffe “stracciate” (anche 10/20 euro) per consentire ai pazienti di sostenere il costo delle 4 sedute, con conseguenti ripercussioni contro-transferali e rischio che queste analisi si concludano bruscamente dopo i due anni necessari per il training.

-Candidati che, esasperati, dopo anni dichiarano di fare analisi a 4 sedute ingannando il supervisore e la Società.

-Analisti di training che certificano un’intensità di sedute superiore a quello realmente effettuato. Ecc. ecc. ecc.

Riguardo poi l’argomento che i 3 modelli riconosciuti dall’IPA vanno accettati nella loro completezza in quanto essi presentano una (presunta) coerenza interna:

-basta leggere in dettaglio la descrizione delle loro caratteristiche per vedere come in realtà queste descrizioni si adattano solo a un modello astrattamente teorico, in cui le differenze sono spesso accentuazioni arbitrarie di alcuni aspetti dell’analisi che sarebbero validi per qualunque analisi, in qualunque modello.

Inoltre, se consideriamo importanti variabili che non sono prese in considerazione (la personalità e lo stile personale dell’analista, la particolarità della patologia del paziente, le influenze dell’indirizzo teorico dell’analista nell’epoca delle “molte psicoanalisi” ecc. ecc.), la presunta coerenza interna si dissolve e rimangono un insieme di giustificazioni teoriche che sembrano più razionalizzazioni dettate dallo wishfull thinking che da una descrizione realistica delle cose.

In conclusione, se consideriamo che:

-I modelli di training sono storicamente/geograficamente determinati.

-Non si può stabilire la superiorità dell’uno sull’altro.

-La questione della coerenza interna dei modelli è più un mito che una realtà.

I modelli Francese e Uruguaiano sono nettamente avvantaggiati per la possibilità di consentire analisi a 3 sedute settimanali.

E se consideriamo che:

-La nostra società in un secolo è profondamente cambiata,

-L’attuale modello Eitingon, se non “alleggerito”, contribuisce alla crisi della psicoanalisi, al progressivo ageing delle Società che lo adottano, al rischio di pervertimento di certi aspetti del training,

-L’IPA ha stabilito i 3 modelli più per opportunità politico-istituzionale che per ragioni scientifiche,

Ritengo che sia cosa saggia e necessaria modificare gli standard relativi alla frequenza delle sedute, consentendo che i candidati, come pazienti e come analisti, facciano analisi a 3 sedute settimanali.

Infine dobbiamo riconoscere che già oggi, nonostante i 3 modelli riconosciuti, vi è una crescente varietà nella loro applicazione (ad esempio, per quanto riguarda il modello Eitingon, nella SPI sono consentite a un candidato due supervisioni con pazienti dello stesso genere, le analisi di training possono essere fatte anche da full-members che non hanno funzioni di training) per cui l’unico possibile, realistico, common ground nella formazione degli analisti è quello rappresentato dal modello tripartito consistente in una profonda analisi personale con analisti IPA qualificati, corsi teorici e supervisioni con gli attuali standard, nel rispetto delle specificità storico-teoriche delle diverse società componenti, al di fuori delle schematiche distinzioni dei 3 modelli attuali. Parlo di quel common ground che consente agli analisti di diversi paesi, nelle occasioni di confronto internazionali, di discutere proficuamente di clinica psicoanalitica.

 

 

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Training Analyst  of the Italian Psychoanalytical Society

 

As Full-member of the Italian Psychoanalytical Society, and Training Analyst for 17 years, I have always been interested in issues on training and psychoanalysis transmission, often with an impression of dejà vu: discussions that have regarded the thousand hues of the same topics, with the same captiousness of the most refined “scholasticism” for 70 years. It is an evident sign of the difficulties of facing the change of times.

Due to space reasons I shall limit my speech to one single point: the fundamental need to update the Eitington model allowing Psychoanalytic Societies which follow this model to accept personal /training  analysis for of at least three sessions a week. The sessions frequency of the analysis, carried out with analysts that the different Societies consider suitable for the task, should be agreed on by the analytic couple, according to the needs of the analytic process. In the same way, candidates would be allowed to carry out supervised analyses at the frequency of at least three sessions a week.

In order to endorse the reasons of this request I have to make a few preliminary remarks.

-In the first decades of the 19th century, Freud carried out analyses in 6, and eventually 5, sessions a week not because of an ineludible technical problem, but because this method was the best to analyze patients/followers, mostly coming from cities far from Vienna,  willing to stay  in Vienna for an average of 8/12 months with the only purpose of being analyzed by Freud. In other words, the high session intensity was justified by the short length of the analyses.

-When Eitingon, who had carried out a five-week analysis with Freud (more or less the same length of Ferenczi’s analysis), set up the Berlin System of Psychoanalytical Training, he was evidently inspired by Freud’s method and custom.

-Yet, in 1913, in “New advice on psychoanalytic technique”, Freud himself maintains that in not serious cases 3 weekly sessions are sufficient.

In conclusion: the Eitingon model, as all training models, is historically determined, and it cannot be scientifically claimed that it is possible to offer a valuable training model only by fully adopting all its original criteria.

Moreover, regarding the value of a personal/training three-session analyses we should remark that:

-Both the French and the Uruguayan models allow three weekly session analyses.

-For many years several Psychoanalytic Societies have trained analysts at this frequency, before IPA, after the Second World War, firmly decided to impose standard uniformity.

-Currently nearly all analysts (excluding candidates training analyses) carry out three-session analyses successfully, without finding any real difference compared to those at 4 or 5 sessions a week.

-The Italian Psychoanalytic Society allowed for ten years, in experimental way, that candidates brought in supervision a 3 session analysis. At the qualification examination no examiner ever remarked meaningful differences compared to the 4 sessions analyses.

-At present, in a deeply changed society compared to last century’s, in which there is great mobility in lifestyle, in which many candidates do not have the financial resources, having 4/5 weekly sessions for 6/10 years, in addition to supervision sessions, is no longer affordable to many.

With the following consequences:

-Many brilliant potential candidates for psychoanalytic training renounce to it.

-Among those who undertake it, not a little part includes people with a conformist/dependent attitude, to the detriment of creativity and autonomy.

-This training is often undertaken by professionals who can afford it only after several years of working. The result is the gradual ageing of new analysts: the average age of qualification in Italian Psychoanalytical Society is about 47/48 years, the one of Training Analyst is around and beyond 60.

-The difficulty in respecting today’s standard leads to remarkable risks of corrupting the setting and the analytic relationship:

-analyses that turn into 4 sessions a week after years of gradual approach, starting from psychotherapies in 1 or 2 weekly sessions.

-“Budget price” sessions (even 10/20 euro) in order to let the patients meet the costs of the sessions, with counter-transferential consequences and risk that these analyses end abruptly after the two years needed for the training.

-Candidates that, exasperated, declare years later that they are having 4 session analyses, deceiving their supervisor and the Society.

-Training analysts who certify a higher session frequency than what they actually carried out, etc.

Concerning the question that the three models recognized by IPA are to be accepted as a whole as they present (alleged) internal coherence:

-it is sufficient to read thoroughly the description of their features to see how these descriptions are actually suited only to an abstract theoretical model, where the differences often arbitrarily emphasize some aspects of analysis which would be valid for any analysis, in any model.

Moreover, if we consider important variables which usually are not taken into account (the analyst’s personality and personal style, the specificity of the patient’s pathology, the influences of the analyst’s theoretical background in the age of “many psychoanalysis” etc. etc.) the alleged internal coherence dissolves and what is left is a series of theoretical justifications which look more like rationalizations deriving from wishful thinking rather than from a realistic description of things.

In conclusion, if we consider that :

-training models are historically/geographically determined.

-We cannot establish the superiority of one over the others.

-The question of the model’s internal coherence is a myth rather than reality.

The French and Uruguayan models are definitely favoured as they allow three weekly session analyses.

And if we consider that:

-Our society has profoundly changed in the course of a century

-The current Eitington model, if not “mitigated”, contributes to the crisis of psychoanalysis, to the gradual ageing of the Societies which adopt it, to the risk of corrupting some aspects of the training

-IPA established the three models more out of political/institutional convenience than for scientific reasons

I claim that it would be wise and necessary to modify the standards concerning the frequency of sessions, allowing the candidates, as patients and as analysts, to do three weekly session analyses.

Lastly, we have to acknowledge that already today, despite the three recognized models, there is a growing variety in their application (for example, regarding the Eitingon model, in the Italian Psychoanalytical Society a candidate is allowed two supervisions with patients of the same gender; training analyses can be carried out also by full-members, without Training Functions  ), so that the only possible, realistic common ground about the training model is the one represented by the tripartite model, consisting in a deep personal analysis with qualified IPA analysts, theoretical courses and supervisions with the current standards, respecting the socio-theoretical specificities of the different component societies. I am talking about that common ground that allows analysts of different countries, on the occasion of international confrontation, of discussing fruitfully about clinical psychoanalysis.

 

 

 


Intervento nel dibattito IPA sulle variazioni del modello Eitingon



Programma di A.Battistini per la candidatura a Presidente della SPI

Angelo Battistini

Sintesi del Programma

Impegno per una SPI democratica, trasparente, solidale, aperta al confronto con la comunità scientifica e la società civile, che valorizzi i giovani e contrasti l’ageing.

Curare la Trasmissione della Psicoanalisi con l’aggiornamento del modello di Training: un modello “Italiano” basato su selezioni uniche dopo qualche anno di analisi e una frequenza di sedute settimanali da tre a cinque.

Premiare, nella scelta dei futuri analisti, non solo la motivazione, ma anche la creatività, la cultura generale, l’attitudine alla ricerca, la conoscenza delle lingue.

Formazione alla supervisione degli aspiranti AFT. Approfondimento dell’insegnamento clinico in relazione all’estensione del metodo.

Rafforzamento della SPI a livello internazionale con una presenza impegnata, assertiva, consapevole del proprio peso societario e scientifico.

Ottimizzazione e affinamento della Ricerca scientifica. Congressi meno pletorici e dispersivi, più discussione e confronto. Gruppi di studio nazionali su temi d’interesse generale. Valorizzazione della Rivista di Psicoanalisi, di Psiche, di Spiweb.

Potenziamento e coordinamento dei Servizi di Consultazione, nel rispetto delle esperienze locali, con attività di psicoterapia con diversi setting a tariffe agevolate.

Contrasto alla crescente burocratizzazione. Efficace spending revew.

Ascolto della “dissidenza” tramite appositi incontri semestrali col Presidente.

 

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PROGRAMMA PER LA CANDIDATURA A PRESIDENTE DELLA S.P.I.

Cari Colleghi, ho deciso di presentare la mia candidatura alla Presidenza della S.P.I. sollecitato da alcuni amici/colleghi che hanno ritenuto io potessi rappresentare un’alternativa ad altre candidature in campo. Ci ho pensato a lungo e qui di seguito vi presento il risultato delle mie riflessioni, frutto del confronto con i colleghi che hanno accettato di fare parte della mia “squadra”: Vanna Berlincioni, come candidata Vice-Presidente; Walter Bruno, Segretario Nazionale del Training; Enrico Mangini, Direttore della Rivista di Psicoanalisi, Giorgio Mattana, Segretario Scientifico. Come si può notare non sono coperti due ruoli “tecnici”, quello di Segretario e quello di Tesoriere. Per essi abbiamo contattato un certo numero di colleghi da noi ritenuti idonei a queste funzioni, i quali però, pur esprimendo apprezzamento per la proposta, non hanno ritenuto di accettare per ragioni personali. D’altra parte, poiché i soci hanno la possibilità al di là della logica di squadra di votare i singoli candidati nei diversi ruoli, riteniamo che ciò non costituisca un impedimento alla costituzione del prossimo Esecutivo.

Una premessa. La psicoanalisi si trova ad affrontare un periodo di crisi,  sia per il suo particolare statuto epistemologico, attaccato a torto o a ragione da altre scienze, sia per i profondi cambiamenti sociali ed economici che comportano una drastica diminuzione della domanda di analisi intensive, la richiesta prevalente di trattamenti psicoterapeutici, l’ampliarsi delle patologie non nevrotiche e, riguardo i pazienti, una crescente intolleranza della dipendenza e una minore disponibilità di tempo accentuata dalla crescente mobilità sociale. Cambiamenti rispetto ai quali la psicoanalisi presenta una storica difficoltà ad adeguare la propria organizzazione istituzionale e i modi della sua trasmissione. In tale contesto è precipua responsabilità degli psicoanalisti raccogliere la sfida di garantire una valida gestione del patrimonio scientifico/culturale ereditato, sorretti dalla fiducia nella teoria, nel metodo e nelle persone che hanno scelto questa professione. Obiettivo che riusciremo a cogliere tanto più felicemente quanto più riusciremo a coniugare il corpus teorico e l’eredità storica con i cambiamenti che la realtà attuale ci richiede, e quanto più avremo la capacità di aprirci con efficacia al mondo, avendo cura al contempo di preservare la nostra specificità teorico-clinico-professionale. Impegno che è importante perseguire sia a livello nazionale che internazionale, intensificando la nostra presenza sia nella FEP che nell’IPA. A questo scopo, oltre a sostenere la disponibilità dei tanti soci che già sono attivi sulla scena internazionale, ritengo importante investire sui giovani, favorendo la valorizzazione della conoscenza delle lingue e la partecipazione attiva a Convegni, Congressi, Programmi di ricerca, e facilitando i più diversi scambi con altre Società di Psicoanalisi.

Con tali premesse ritengo che l’Esecutivo della SPI debba operare, realisticamente, nei seguenti ambiti:

Trasmissione della psicoanalisi. Ricerca. Riorganizzazione societaria.

Tre punti che vedo come strettamente interdipendenti in quanto, come comunità scientifica e professionale, possiamo aspirare ad ottenere il riconoscimento che ci spetta da parte della più ampia comunità scientifica solo se, per dialogare con essa, sapremo attrezzarci di strumenti adeguati a sostenere un confronto di alto profilo. Il che richiede di sforzarci di capire le ragioni degli altri e sforzarci di far capire il nostro linguaggio. Un obiettivo ambizioso che richiede che la nostra ricerca non si limiti ad essere autoreferenziale ma sia capace di proporre confronti e di riconoscere convergenze e differenze.

Trasmissione della Psicoanalisi. Ciò avviene in senso lato attraverso la diffusione della cultura psicoanalitica e in senso stretto attraverso la formazione dei nuovi psicoanalisti secondo criteri che sappiano coniugare rigore e creatività, tradizione e innovazione, nel riconoscimento e nel rispetto delle differenze teorico-cliniche di Scuole e Indirizzi.

Sul piano operativo ritengo siano maturi i tempi per affrontare una sostanziale riforma del Training. Questa dovrà scaturire da un’ampia discussione societaria intorno a alcuni punti d’interesse cruciale, riguardo i quali l’Esecutivo che dovessi eventualmente guidare avrebbe le seguenti posizioni:

come punto di partenza l’adesione universalmente accettata del modello “tripartito”, costituito da analisi, supervisioni, 4 anni di corsi teorici, senza trascurare il “quarto pilastro”, suggerito da Bolognini, rappresentato dall’attitudine al lavoro di gruppo. Un modello che, pur facendo tesoro del patrimonio di pensiero e d’esperienza rappresentato dai 3 modelli riconosciuti dall’IPA (Eitingon, Francese, Uruguaiano) non si precluda la possibilità di esitare in un modello originale, in tal caso “Italiano”, che rispecchi le specificità storico-scientifiche della psicoanalisi di casa nostra.

Abbassamento del limite d’età per l’accesso alle  selezioni a 36 anni, misura importante per contrastare il fenomeno dell’ageing della SPI.

Definizione periodica del numero massimo (programmato) di candidati che la SPI ogni anno può accettare con l’intento di garantire loro una formazione ottimale, una maggior possibilità di reperire casi d’analisi ed evitare una crescita indiscriminata della Società, il che richiede un ulteriore affinamento dei criteri di selezione. Ciò inoltre consentirà di effettuare una scelta più mirata tra gli aspiranti analisti, favorendo una scrematura tra coloro per i quali “non vi è nessuna ragione perché vengano esclusi, ma nemmeno nessuna ragione per cui debbano essere accettati”.

Selezione unica dopo almeno trenta mesi e quattrocento sedute di analisi a tre/quattro sedute settimanali. Questa, intesa come analisi personale il più possibile al riparo da influenze dell’Istituzione, può essere fatta con un analista che ne abbia titolo, attualmente un M.O. della SPI e/o dell’IPA. In caso di esito negativo è possibile all’aspirante ripresentarsi altre due volte. La selezione deve portare alla scelta di persone che presentino non solo una generica “attitudine” psicoanalitica ma anche interessi culturali, propensione alla ricerca, conoscenza delle lingue.

Ritengo poi sia utile ripensare l’organizzazione dell’insegnamento nei 4 anni previsti, tenendo conto della necessità di:

Aggiornare permanentemente, con prudenza e intelligenza, il Programma d’insegnamento e la sua articolazione in Corsi, tenendo conto dell’esperienza accumulata, allo scopo di definire un rapporto ottimale tra il fondamentale insegnamento critico del pensiero di Freud, quello delle principali correnti che ne sono derivate e i più importanti indirizzi attuali, senza trascurare le implicazioni teorico/cliniche implicite nell’ampliamento del metodo.

Mettere a punto un regolamento dettagliato, per ogni passo del training, che consenta a chiunque (organismi istituzionali, docenti, candidati) di evitare dubbi, ambiguità e contestazioni  sulla prassi da tenersi in qualunque circostanza, tale da costituire un punto di riferimento comune (un unico es.: con quali criteri scegliere le “prescrizioni/i suggerimenti” della Commissione valutatrice al candidato che non abbia superato il colloquio di Qualifica?).

Al contempo, all’interno della discussione generale sul training, un punto particolarmente qualificante è comunque la revisione del nostro attuale modello (Eitingon) sulla base di quanto da tempo vado sostenendo in sede nazionale e internazionale, attraverso una decisa opera diplomatica con altri paesi seguaci dello stesso modello, allo scopo di costituire un ampio schieramento deciso a rinegoziare con l’IPA il numero delle sedute necessarie per il percorso di training: non più 4 o 5 settimanali ma da 3 a 5, sia per l’analisi di training sia per quelle condotte dagli allievi in supervisione, sulla base delle argomentazioni da me esposte nel mio intervento di fine giugno 2015 nel dibattito sul sito dell’IPA sulle variazioni del modello Eitingon (riportato in mailing list il 7/10/2015) che ebbe un notevole consenso sia in Italia che presso altri paesi (es. la Società Brasiliana).

Infine, per ottenere l’attribuzione delle Funzioni di Training, oltre a quanto già previsto dovrebbe essere richiesta all’aspirante la partecipazione documentata ad almeno 8 seminari, che ogni Sezione Locale dovrà organizzare permanentemente, nella misura di 3 all’anno, per approfondire teoria e tecnica della supervisione. Nella prova per la valutazione degli aspiranti AFT andrebbe inoltre prevista anche una “supervisione” da farsi sul testo di una settimana di analisi.

Ricerca. L’Esecutivo favorisce l’organizzazione della Ricerca su scala nazionale attraverso Gruppi di Studio su aree di ricerca fondamentali e organizza i Congressi Nazionali della SPI i quali, oltre a essere luogo di dibattito sui temi prescelti, sono anche il naturale contenitore dei risultati conseguiti dai Gruppi di Studio nonché sede di confronto tra Gruppi impegnati in aree contigue. Mentre ai Centri viene delegata soprattutto la ricerca scaturita dalla libera iniziativa dei soci, suscettibile quindi di espandersi creativamente in qualunque direzione. 

I Gruppi di Ricerca a livello nazionale lavorano su temi fondamentali, come il Gruppo di studio sul Metodo coordinato da Riolo, o il gruppo su Psicoanalisi e Neuroscienze coordinato da Falci. Nuovi gruppi, coordinati da responsabili scelti all’interno dei singoli gruppi, possono costituirsi con definizioni precise riguardo all’oggetto, al metodo e agli obiettivi. Tra i tanti argomenti che possono essere scelti come oggetto di ricerca mi limito a citarne due: “I modelli di Training nell’ambito IPA e SPI: storia, caratteristiche, efficacia, scientificità”, fondamentale per sostenere la discussione a livello internazionale sulla necessità di aggiornare il nostro modello di Training; e “Fattori terapeutici ed estensione del metodo”, riflessione necessaria per affrontare al meglio il cambiamento dei nostri pazienti e la necessità di lavorare analiticamente anche a ritmi non intensivi. Con periodicità quadriennale la Commissione scientifica sceglie un argomento di comune interesse da proporre ai Centri come ambito privilegiato di ricerca fino al successivo Congresso Nazionale, favorendo lo scambio e la collaborazione inter-Centri. Sempre con cadenza quadriennale, ma alternato di due anni, è il Congresso definito “Giornate Italiane”, più aperto al confronto con temi culturali e sociali, più aperto anche a un pubblico che non sia di soli psicoanalisti. Nell’organizzazione di tali Congressi si dovrà avere cura, fra l’altro, alla gestione dei tempi, con particolare attenzione allo spazio riservato alla discussione tra relatori, discussant e pubblico in sala.

Allo scopo di sostenere la ricerca ogni anno nel bilancio della SPI potrebbe essere conteggiata una cifra da definirsi, di alcune migliaia di euro, per sostenere il miglior progetto, proposto da un socio o un gruppo di soci, che abbia come obiettivo quello di validare la scientificità e l’efficacia del metodo psicoanalitico e/o il confronto con altri indirizzi psicoterapeutici.

E’ importante proseguire nell’impegno di rendere la “Rivista di Psicoanalisi” e “Psiche” sempre più adeguate al confronto con le maggiori Riviste internazionali, ricorrendo fra l’altro alla pubblicazione degli articoli più originali in doppia lingua, italiano e inglese. Inoltre sono maturi i tempi per un aggiornamento del CD contenente tutte le annate delle due Riviste, fermo al 2008. Rivista e Psiche, in quanto organi scientifici della SPI, potrebbero anche essere il contenitore dei risultati conseguiti dai gruppi di ricerca più attivi e creativi. La direzione di Psiche, come già avviene per la Rivista, va messa in votazione. Fondamentale è poi l’aggiornamento permanente del sito web della SPI, curando parimente sia l’area privata che quella rivolta al pubblico. Al riguardo deve essere cura dell’Esecutivo esercitare particolare sensibilità nel cogliere suggerimenti utili e nuove tendenze.

Riorganizzazione societaria. Premesso che già gli Esecutivi precedenti hanno fatto apprezzabili passi in questa direzione, è pur vero che è necessario un continuo aggiornamento. Credo sia importante innanzitutto alimentare fiducia e valorizzazione di quanto vi è di buono nella nostra Società, con spirito democratico e trasparenza. Sul piano pratico è necessario incrementare il coordinamento dell’attività dei Centri, sia riguardo l’attività scientifica che quella culturale, lasciando loro piena autonomia ma favorendone l’ottimizzazione, cercando di evitare eccessive dispersioni e ripetitività. Altrettanto importante è cercare di snellire l’apparato burocratico delle segreterie nazionali e locali curandone l’efficienza e il contenimento dei costi.

Studiare la possibilità che i Servizi di Consultazione vengano meglio organizzati e pubblicizzati, e possano attrezzarsi per fornire un servizio clinico, di diagnosi, informazione e indirizzo, oltre che di terapia a breve/medio termine a tariffa nazionale unica agevolata. Non escludendo la possibilità di fornire a utenti idonei l’opportunità di fare un’analisi, ugualmente a tariffa ridotta, con Candidati che accettino di giocare questo ruolo in modo esplicito, con la qualifica ad hoc di “psicoanalista candidato SPI”. Possono essere inoltre incrementate le iniziative volte a fornire, da parte dei Centri, servizi di supervisione istituzionale e di discussione gruppale dei casi clinici per persone che operino nel campo della salute mentale per adulti e minori.

Curare in modo particolare i rapporti con altre Società e Istituzioni con cui la SPI sia interessata ad approfondire il dialogo e la collaborazione, in primis le Istituzioni Psichiatriche, L’Ordine dei Medici, l’Ordine degli Psicologi, l’Università.

Censire, con modalità da definirsi, le specifiche competenze dei soci non solo in ambito psicoanalitico ma anche in altri ambiti scientifici e culturali, così come nella conoscenza di una o più lingue.  Ciò potrebbe essere particolarmente utile in diverse occasioni di studio, di ricerca, di scambi e incarichi internazionali, di iniziative di outreach.

Ridare vita, riuscendo a trovare la copertura economica, al Roster cartaceo in vigore fino a pochi anni fa’.

Effettuare una spending rewiev che consenta di monitorare e razionalizzare la spesa corrente, la sua distribuzione, il rapporto tra costi e benefici di ogni “investimento” e consenta, in modo realistico, di effettuare risparmi sui costi eccessivi.

Infine, poiché è mia convinzione che l’ascolto della critica possa essere foriero di riflessioni utili  e di idee nuove, vorrei inaugurare una sorta di “forum della dissidenza”. In pratica sarebbe mia intenzione dare l’opportunità, a chiunque sia costruttivamente critico nel confronti dell’Esecutivo, di esprimere il proprio disaccordo e le proprie proposte, due volte l’anno, nel corso di appositi incontri.

 

 

Sottoscrivono:

Cecilia Alvarez, Bruno Baldaro, Enrica Ballardini, Gabriella Bartoli, Walter Bruno, Maria cristina Calzolari, Patrizio Campanile, Paolo Cotrufo, Anna Oliva De Cesarei, Cosima De Giorgi, Graziano De Giorgio, Vinicio Del Gobbo, Alessandra De Marchi, Massimo De Mari, Giuliana Dondi, Giuseppe Fiorentini, Manuela Fraire, Manuela Gabrielli, Alessandro Garella, Franco Gazzoletti, Pietro Goisis, Pierluigi Grosoli,  Roberta Guarnieri, Gregorio Hautmann, Paolo Kluzer, Lidia Leonelli, Silvana Lombardi, Simona Lucantoni, Alberto Luchetti, Sandra Maestro, Marco Magrini, Giovanna Mandolesi, Enrico Mangini, Mauro Manica, Maddalena Marascutto, Andrea Marzi, Paola Masoni, Giorgio Mereu, Silvia Molinari, Marco Monari, Maria Moscara, Roberto Musella, Cristina Nanetti, Luca Nicoli, Fausto Petrella, Giana Petronio, Annamaria Peverini, Violet Pietrantonio, Francesco Pozzi, Carmen Désiré Riemer, Cristiano Rocchi, Anna Roncarati, Marco Sarno, Andrea Scardovi, Cosimo Schinaia, Antonio Alberto Semi, Alberto Shon, Michele Stuflesser, Annunzio Talacchi, Gabriella Vandi, Sisto Vecchio, Mario Vittorangeli, Mini Zanchi, Federica Zauli, Gino Zucchini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Angelo Battistini

Sintesi del Programma

Impegno per una SPI democratica, trasparente, solidale, aperta al confronto con la comunità scientifica e la società civile, che valorizzi i giovani e contrasti l’ageing.

Curare la Trasmissione della Psicoanalisi con l’aggiornamento del modello di Training: un modello “Italiano” basato su selezioni uniche dopo qualche anno di analisi e una frequenza di sedute settimanali da tre a cinque.

Premiare, nella scelta dei futuri analisti, non solo la motivazione, ma anche la creatività, la cultura generale, l’attitudine alla ricerca, la conoscenza delle lingue.

Formazione alla supervisione degli aspiranti AFT. Approfondimento dell’insegnamento clinico in relazione all’estensione del metodo.

Rafforzamento della SPI a livello internazionale con una presenza impegnata, assertiva, consapevole del proprio peso societario e scientifico.

Ottimizzazione e affinamento della Ricerca scientifica. Congressi meno pletorici e dispersivi, più discussione e confronto. Gruppi di studio nazionali su temi d’interesse generale. Valorizzazione della Rivista di Psicoanalisi, di Psiche, di Spiweb.

Potenziamento e coordinamento dei Servizi di Consultazione, nel rispetto delle esperienze locali, con attività di psicoterapia con diversi setting a tariffe agevolate.

Contrasto alla crescente burocratizzazione. Efficace spending revew.

Ascolto della “dissidenza” tramite appositi incontri semestrali col Presidente.

 

                               _________________________________________

 

PROGRAMMA PER LA CANDIDATURA A PRESIDENTE DELLA S.P.I.

Cari Colleghi, ho deciso di presentare la mia candidatura alla Presidenza della S.P.I. sollecitato da alcuni amici/colleghi che hanno ritenuto io potessi rappresentare un’alternativa ad altre candidature in campo. Ci ho pensato a lungo e qui di seguito vi presento il risultato delle mie riflessioni, frutto del confronto con i colleghi che hanno accettato di fare parte della mia “squadra”: Vanna Berlincioni, come candidata Vice-Presidente; Walter Bruno, Segretario Nazionale del Training; Enrico Mangini, Direttore della Rivista di Psicoanalisi, Giorgio Mattana, Segretario Scientifico. Come si può notare non sono coperti due ruoli “tecnici”, quello di Segretario e quello di Tesoriere. Per essi abbiamo contattato un certo numero di colleghi da noi ritenuti idonei a queste funzioni, i quali però, pur esprimendo apprezzamento per la proposta, non hanno ritenuto di accettare per ragioni personali. D’altra parte, poiché i soci hanno la possibilità al di là della logica di squadra di votare i singoli candidati nei diversi ruoli, riteniamo che ciò non costituisca un impedimento alla costituzione del prossimo Esecutivo.

Una premessa. La psicoanalisi si trova ad affrontare un periodo di crisi,  sia per il suo particolare statuto epistemologico, attaccato a torto o a ragione da altre scienze, sia per i profondi cambiamenti sociali ed economici che comportano una drastica diminuzione della domanda di analisi intensive, la richiesta prevalente di trattamenti psicoterapeutici, l’ampliarsi delle patologie non nevrotiche e, riguardo i pazienti, una crescente intolleranza della dipendenza e una minore disponibilità di tempo accentuata dalla crescente mobilità sociale. Cambiamenti rispetto ai quali la psicoanalisi presenta una storica difficoltà ad adeguare la propria organizzazione istituzionale e i modi della sua trasmissione. In tale contesto è precipua responsabilità degli psicoanalisti raccogliere la sfida di garantire una valida gestione del patrimonio scientifico/culturale ereditato, sorretti dalla fiducia nella teoria, nel metodo e nelle persone che hanno scelto questa professione. Obiettivo che riusciremo a cogliere tanto più felicemente quanto più riusciremo a coniugare il corpus teorico e l’eredità storica con i cambiamenti che la realtà attuale ci richiede, e quanto più avremo la capacità di aprirci con efficacia al mondo, avendo cura al contempo di preservare la nostra specificità teorico-clinico-professionale. Impegno che è importante perseguire sia a livello nazionale che internazionale, intensificando la nostra presenza sia nella FEP che nell’IPA. A questo scopo, oltre a sostenere la disponibilità dei tanti soci che già sono attivi sulla scena internazionale, ritengo importante investire sui giovani, favorendo la valorizzazione della conoscenza delle lingue e la partecipazione attiva a Convegni, Congressi, Programmi di ricerca, e facilitando i più diversi scambi con altre Società di Psicoanalisi.

Con tali premesse ritengo che l’Esecutivo della SPI debba operare, realisticamente, nei seguenti ambiti:

Trasmissione della psicoanalisi. Ricerca. Riorganizzazione societaria.

Tre punti che vedo come strettamente interdipendenti in quanto, come comunità scientifica e professionale, possiamo aspirare ad ottenere il riconoscimento che ci spetta da parte della più ampia comunità scientifica solo se, per dialogare con essa, sapremo attrezzarci di strumenti adeguati a sostenere un confronto di alto profilo. Il che richiede di sforzarci di capire le ragioni degli altri e sforzarci di far capire il nostro linguaggio. Un obiettivo ambizioso che richiede che la nostra ricerca non si limiti ad essere autoreferenziale ma sia capace di proporre confronti e di riconoscere convergenze e differenze.

Trasmissione della Psicoanalisi. Ciò avviene in senso lato attraverso la diffusione della cultura psicoanalitica e in senso stretto attraverso la formazione dei nuovi psicoanalisti secondo criteri che sappiano coniugare rigore e creatività, tradizione e innovazione, nel riconoscimento e nel rispetto delle differenze teorico-cliniche di Scuole e Indirizzi.

Sul piano operativo ritengo siano maturi i tempi per affrontare una sostanziale riforma del Training. Questa dovrà scaturire da un’ampia discussione societaria intorno a alcuni punti d’interesse cruciale, riguardo i quali l’Esecutivo che dovessi eventualmente guidare avrebbe le seguenti posizioni:

come punto di partenza l’adesione universalmente accettata del modello “tripartito”, costituito da analisi, supervisioni, 4 anni di corsi teorici, senza trascurare il “quarto pilastro”, suggerito da Bolognini, rappresentato dall’attitudine al lavoro di gruppo. Un modello che, pur facendo tesoro del patrimonio di pensiero e d’esperienza rappresentato dai 3 modelli riconosciuti dall’IPA (Eitingon, Francese, Uruguaiano) non si precluda la possibilità di esitare in un modello originale, in tal caso “Italiano”, che rispecchi le specificità storico-scientifiche della psicoanalisi di casa nostra.

Abbassamento del limite d’età per l’accesso alle  selezioni a 36 anni, misura importante per contrastare il fenomeno dell’ageing della SPI.

Definizione periodica del numero massimo (programmato) di candidati che la SPI ogni anno può accettare con l’intento di garantire loro una formazione ottimale, una maggior possibilità di reperire casi d’analisi ed evitare una crescita indiscriminata della Società, il che richiede un ulteriore affinamento dei criteri di selezione. Ciò inoltre consentirà di effettuare una scelta più mirata tra gli aspiranti analisti, favorendo una scrematura tra coloro per i quali “non vi è nessuna ragione perché vengano esclusi, ma nemmeno nessuna ragione per cui debbano essere accettati”.

Selezione unica dopo almeno trenta mesi e quattrocento sedute di analisi a tre/quattro sedute settimanali. Questa, intesa come analisi personale il più possibile al riparo da influenze dell’Istituzione, può essere fatta con un analista che ne abbia titolo, attualmente un M.O. della SPI e/o dell’IPA. In caso di esito negativo è possibile all’aspirante ripresentarsi altre due volte. La selezione deve portare alla scelta di persone che presentino non solo una generica “attitudine” psicoanalitica ma anche interessi culturali, propensione alla ricerca, conoscenza delle lingue.

Ritengo poi sia utile ripensare l’organizzazione dell’insegnamento nei 4 anni previsti, tenendo conto della necessità di:

Aggiornare permanentemente, con prudenza e intelligenza, il Programma d’insegnamento e la sua articolazione in Corsi, tenendo conto dell’esperienza accumulata, allo scopo di definire un rapporto ottimale tra il fondamentale insegnamento critico del pensiero di Freud, quello delle principali correnti che ne sono derivate e i più importanti indirizzi attuali, senza trascurare le implicazioni teorico/cliniche implicite nell’ampliamento del metodo.

Mettere a punto un regolamento dettagliato, per ogni passo del training, che consenta a chiunque (organismi istituzionali, docenti, candidati) di evitare dubbi, ambiguità e contestazioni  sulla prassi da tenersi in qualunque circostanza, tale da costituire un punto di riferimento comune (un unico es.: con quali criteri scegliere le “prescrizioni/i suggerimenti” della Commissione valutatrice al candidato che non abbia superato il colloquio di Qualifica?).

Al contempo, all’interno della discussione generale sul training, un punto particolarmente qualificante è comunque la revisione del nostro attuale modello (Eitingon) sulla base di quanto da tempo vado sostenendo in sede nazionale e internazionale, attraverso una decisa opera diplomatica con altri paesi seguaci dello stesso modello, allo scopo di costituire un ampio schieramento deciso a rinegoziare con l’IPA il numero delle sedute necessarie per il percorso di training: non più 4 o 5 settimanali ma da 3 a 5, sia per l’analisi di training sia per quelle condotte dagli allievi in supervisione, sulla base delle argomentazioni da me esposte nel mio intervento di fine giugno 2015 nel dibattito sul sito dell’IPA sulle variazioni del modello Eitingon (riportato in mailing list il 7/10/2015) che ebbe un notevole consenso sia in Italia che presso altri paesi (es. la Società Brasiliana).

Infine, per ottenere l’attribuzione delle Funzioni di Training, oltre a quanto già previsto dovrebbe essere richiesta all’aspirante la partecipazione documentata ad almeno 8 seminari, che ogni Sezione Locale dovrà organizzare permanentemente, nella misura di 3 all’anno, per approfondire teoria e tecnica della supervisione. Nella prova per la valutazione degli aspiranti AFT andrebbe inoltre prevista anche una “supervisione” da farsi sul testo di una settimana di analisi.

Ricerca. L’Esecutivo favorisce l’organizzazione della Ricerca su scala nazionale attraverso Gruppi di Studio su aree di ricerca fondamentali e organizza i Congressi Nazionali della SPI i quali, oltre a essere luogo di dibattito sui temi prescelti, sono anche il naturale contenitore dei risultati conseguiti dai Gruppi di Studio nonché sede di confronto tra Gruppi impegnati in aree contigue. Mentre ai Centri viene delegata soprattutto la ricerca scaturita dalla libera iniziativa dei soci, suscettibile quindi di espandersi creativamente in qualunque direzione. 

I Gruppi di Ricerca a livello nazionale lavorano su temi fondamentali, come il Gruppo di studio sul Metodo coordinato da Riolo, o il gruppo su Psicoanalisi e Neuroscienze coordinato da Falci. Nuovi gruppi, coordinati da responsabili scelti all’interno dei singoli gruppi, possono costituirsi con definizioni precise riguardo all’oggetto, al metodo e agli obiettivi. Tra i tanti argomenti che possono essere scelti come oggetto di ricerca mi limito a citarne due: “I modelli di Training nell’ambito IPA e SPI: storia, caratteristiche, efficacia, scientificità”, fondamentale per sostenere la discussione a livello internazionale sulla necessità di aggiornare il nostro modello di Training; e “Fattori terapeutici ed estensione del metodo”, riflessione necessaria per affrontare al meglio il cambiamento dei nostri pazienti e la necessità di lavorare analiticamente anche a ritmi non intensivi. Con periodicità quadriennale la Commissione scientifica sceglie un argomento di comune interesse da proporre ai Centri come ambito privilegiato di ricerca fino al successivo Congresso Nazionale, favorendo lo scambio e la collaborazione inter-Centri. Sempre con cadenza quadriennale, ma alternato di due anni, è il Congresso definito “Giornate Italiane”, più aperto al confronto con temi culturali e sociali, più aperto anche a un pubblico che non sia di soli psicoanalisti. Nell’organizzazione di tali Congressi si dovrà avere cura, fra l’altro, alla gestione dei tempi, con particolare attenzione allo spazio riservato alla discussione tra relatori, discussant e pubblico in sala.

Allo scopo di sostenere la ricerca ogni anno nel bilancio della SPI potrebbe essere conteggiata una cifra da definirsi, di alcune migliaia di euro, per sostenere il miglior progetto, proposto da un socio o un gruppo di soci, che abbia come obiettivo quello di validare la scientificità e l’efficacia del metodo psicoanalitico e/o il confronto con altri indirizzi psicoterapeutici.

E’ importante proseguire nell’impegno di rendere la “Rivista di Psicoanalisi” e “Psiche” sempre più adeguate al confronto con le maggiori Riviste internazionali, ricorrendo fra l’altro alla pubblicazione degli articoli più originali in doppia lingua, italiano e inglese. Inoltre sono maturi i tempi per un aggiornamento del CD contenente tutte le annate delle due Riviste, fermo al 2008. Rivista e Psiche, in quanto organi scientifici della SPI, potrebbero anche essere il contenitore dei risultati conseguiti dai gruppi di ricerca più attivi e creativi. La direzione di Psiche, come già avviene per la Rivista, va messa in votazione. Fondamentale è poi l’aggiornamento permanente del sito web della SPI, curando parimente sia l’area privata che quella rivolta al pubblico. Al riguardo deve essere cura dell’Esecutivo esercitare particolare sensibilità nel cogliere suggerimenti utili e nuove tendenze.

Riorganizzazione societaria. Premesso che già gli Esecutivi precedenti hanno fatto apprezzabili passi in questa direzione, è pur vero che è necessario un continuo aggiornamento. Credo sia importante innanzitutto alimentare fiducia e valorizzazione di quanto vi è di buono nella nostra Società, con spirito democratico e trasparenza. Sul piano pratico è necessario incrementare il coordinamento dell’attività dei Centri, sia riguardo l’attività scientifica che quella culturale, lasciando loro piena autonomia ma favorendone l’ottimizzazione, cercando di evitare eccessive dispersioni e ripetitività. Altrettanto importante è cercare di snellire l’apparato burocratico delle segreterie nazionali e locali curandone l’efficienza e il contenimento dei costi.

Studiare la possibilità che i Servizi di Consultazione vengano meglio organizzati e pubblicizzati, e possano attrezzarsi per fornire un servizio clinico, di diagnosi, informazione e indirizzo, oltre che di terapia a breve/medio termine a tariffa nazionale unica agevolata. Non escludendo la possibilità di fornire a utenti idonei l’opportunità di fare un’analisi, ugualmente a tariffa ridotta, con Candidati che accettino di giocare questo ruolo in modo esplicito, con la qualifica ad hoc di “psicoanalista candidato SPI”. Possono essere inoltre incrementate le iniziative volte a fornire, da parte dei Centri, servizi di supervisione istituzionale e di discussione gruppale dei casi clinici per persone che operino nel campo della salute mentale per adulti e minori.

Curare in modo particolare i rapporti con altre Società e Istituzioni con cui la SPI sia interessata ad approfondire il dialogo e la collaborazione, in primis le Istituzioni Psichiatriche, L’Ordine dei Medici, l’Ordine degli Psicologi, l’Università.

Censire, con modalità da definirsi, le specifiche competenze dei soci non solo in ambito psicoanalitico ma anche in altri ambiti scientifici e culturali, così come nella conoscenza di una o più lingue.  Ciò potrebbe essere particolarmente utile in diverse occasioni di studio, di ricerca, di scambi e incarichi internazionali, di iniziative di outreach.

Ridare vita, riuscendo a trovare la copertura economica, al Roster cartaceo in vigore fino a pochi anni fa’.

Effettuare una spending rewiev che consenta di monitorare e razionalizzare la spesa corrente, la sua distribuzione, il rapporto tra costi e benefici di ogni “investimento” e consenta, in modo realistico, di effettuare risparmi sui costi eccessivi.

Infine, poiché è mia convinzione che l’ascolto della critica possa essere foriero di riflessioni utili  e di idee nuove, vorrei inaugurare una sorta di “forum della dissidenza”. In pratica sarebbe mia intenzione dare l’opportunità, a chiunque sia costruttivamente critico nel confronti dell’Esecutivo, di esprimere il proprio disaccordo e le proprie proposte, due volte l’anno, nel corso di appositi incontri.

 

 

Sottoscrivono:

Cecilia Alvarez, Bruno Baldaro, Enrica Ballardini, Gabriella Bartoli, Walter Bruno, Maria cristina Calzolari, Patrizio Campanile, Paolo Cotrufo, Anna Oliva De Cesarei, Cosima De Giorgi, Graziano De Giorgio, Vinicio Del Gobbo, Alessandra De Marchi, Massimo De Mari, Giuliana Dondi, Giuseppe Fiorentini, Manuela Fraire, Manuela Gabrielli, Alessandro Garella, Franco Gazzoletti, Pietro Goisis, Pierluigi Grosoli,  Roberta Guarnieri, Gregorio Hautmann, Paolo Kluzer, Lidia Leonelli, Silvana Lombardi, Simona Lucantoni, Alberto Luchetti, Sandra Maestro, Marco Magrini, Giovanna Mandolesi, Enrico Mangini, Mauro Manica, Maddalena Marascutto, Andrea Marzi, Paola Masoni, Giorgio Mereu, Silvia Molinari, Marco Monari, Maria Moscara, Roberto Musella, Cristina Nanetti, Luca Nicoli, Fausto Petrella, Giana Petronio, Annamaria Peverini, Violet Pietrantonio, Francesco Pozzi, Carmen Désiré Riemer, Cristiano Rocchi, Anna Roncarati, Marco Sarno, Andrea Scardovi, Cosimo Schinaia, Antonio Alberto Semi, Alberto Shon, Michele Stuflesser, Annunzio Talacchi, Gabriella Vandi, Sisto Vecchio, Mario Vittorangeli, Mini Zanchi, Federica Zauli, Gino Zucchini.